MILANESE Luciano

Sono nato in casa, come succedeva un tempo, il 13 dicembre 1947, alla cascina Bruciata (Brisà) nella frazione Valdolenga di San Salvatore Monf.to (AL), da Guerino, carrettiere e contadino, ed Irma, casalinga; ho una sorella di 10 anni più giovane di me. Ho frequentato le elementari presso la scuola multiclasse mista della frazione (20-25 scolari), le medie presso la scuola cittadina Ulderico Ollearo e le medie superiori presso l’ I.T.I.S. A. Volta di Alessandria. Nel 1966, per ragioni familiari appena ultimate le medie superiori, ho dovuto affacciarmi subito al mondo del lavoro e dopo alcuni tentativi presso aziende locali disposte ad offrire soltanto lavori malpagati e senza garanzie per il futuro tipo agente assicurativo,  rappresentante, venditore porta a porta, fattorino, ecc, grazie alle domande riservate agli allievi più meritevoli presentate dalla scuola l’anno precedente, a dicembre dello stesso 1966 sono stato assunto in Fiat Lingotto Reparto Grandi Presse quale impiegato addetto alla programmazione presse. Naturalmente ho dovuto fare il pendolare, vivendo durante la settimana a Torino in una piccola pensione di corso Palermo con altri quattro ragazzi originari di diverse zone d’Italia. Sono rimasto al Lingotto fino al 31 gennaio del 1968 poi ho dovuto fare il servizio militare rientrando in azienda il 1° giugno del 1969 ma non più al Lingotto perché la prospettiva di intraprendere una carriera da cronometrista non mi garbava affatto. La mia nuova sede di lavoro era a Mirafiori con un gruppo di giovanissimi, in un contesto totalmente nuovo per i tempi, l’elettronica; si trattava di un reparto denominato CESR (Centro Elettronico Studi e Ricerche) diventato nel tempo una S.p.A denominata SEPA (Società Elettronica per l’Automazione) sotto il totale controllo di Fiat. In quel periodo ho conosciuto Rita che è diventata mia moglie nel 1974 trasferendomi nello stesso anno definitivamente a Torino. Abbiamo avuto due figli: Cristina del 1975 e Roberto del 1978. Nella prima metà degli anni Ottanta del Novecento la Società, nel frattempo entrata nell’ orbita del gruppo Magneti Marelli, era impegnata con importanti commesse nel campo del nucleare e per la difesa; commesse che, dopo l’infausto evento di Cernobyl e il successivo referendum, e la caduta del muro di Berlino, furono praticamente azzerate. Dopo alcuni anni la società, anche per l’indifferenza degli azionisti, dovette dichiarare il fallimento e i circa 500 dipendenti ancora in carico all’epoca, a parte coloro che accettarono il pensionamento anticipato, vennero distribuiti presso altre società del gruppo. Così, dopo un breve periodo di cassa integrazione, nel 1997 venni trasferito presso lo stabilimento Borletti Climatizzazione (Magneti Marelli), ora Denso, di Poirino dove ho poi ho preso residenza. In quiescenza dal 2005 dopo alcuni anni nei quali per varie attività, ho mantenuto i contatti con gli amici e colleghi di Torino, ho iniziato a frequentare l’ UNITRE di Poirino scoprendo che vi si tenevano corsi di lingua piemontese che, viste le mie origini monferrine subito mi hanno molto coinvolto. Il mio primo esercizio in lingua piemontese è stato quando avendo sottomano dei testi scritti nel mio monferrino cioè le caratteristiche Bosinà (stranòt in altre parti del Piemonte) ho provato a tradurli in italiano e soprattutto in piemontese mantenendo pure le rime e scoprendo così che per me che, fino ai 25 anni, in casa avevo sempre parlato in dialetto, scrivere in piemontese non era poi così complicato come tanti pensano. Ho così scritto, nel 2014, il mio primo testo (prosa più rime) in monferrino/piemontese/italiano intitolato appunto “La bosinà” che nel 2015 ho anche inviato al concorso di prosa in piemontese “Sità ‘d Canèj” ottenendo un lusinghiero 2° premio.  Ma la vera folgorazione è avvenuta nel 2015. Mentre imbiancavo casa pensando alle varie particolarità del piemontese mi sono accorto che mi si affollavano in mente dei versi che ho messo subito nero su bianco scrivendo la poesia “Na caplinà” – Una sbandata”, che ironicamente racconta di questo mio nuovo interesse. Così io, che a scuola quando dovevo scrivere un tema, un saggio o altro di fronte al foglio bianco letteralmente mi bloccavo, ho cominciato a scrivere soprattutto poesie (spesso autobiografiche) la prima delle quali é stata “Ël fieul ëd Guéra”, titolo dal quale è derivato lo pseudonimo “Ciano ‘d Guèra”. Da allora ho scritto circa 150 poesie delle quali molte sono state premiate in concorsi locali e anche di altre parti d’Italia. Dapprima scrivevo i miei testi solo per piacere personale e condividendoli con gli amici ed era lontana da me l’idea di pubblicarli, poi, grazie al successo in alcuni concorsi e alla pubblicazione di diverse mie opere in varie antologie e soprattutto con la spinta degli amici e con l’aiuto dello scrittore poirinese Beppe Grinza, nel novembre 2018 ho pubblicato il libro di poesie “An sl’èira dla Brisà” contenente più di 70 testi composti dal 2015 al 2018.

Inoltre in questi anni ho anche scritto, sempre in piemontese, una cinquantina di racconti più o meno lunghi molti dei quali si riferiscono a ricordi del passato o sono inerenti a temi ed eventi sia del passato che contemporanei.

Questo amore per il piemontese e l’esigenza di mantenere vivo il ricordo dei nostro passato mi ha portato inoltre ad essere coinvolto nei progetti dell’Associazione per il Museo Storico della Comunità di Poirino della quale sono tra i soci fondatori.

Alcune opere sono inserite in diverse pubblicazioni tra le quali:

-Piemontèis Ancheuj, rivista mensile in lingua piemontese

-Poesia in Dialetto – Antologia edita da Carta e Penna (TO)

-Poesia senza confini 2018 Associazione “La Guglia” Agugliano (AN)

– Antologie di concorsi vari (Moncalieri, Asti, Cuneo, Canelli, Torino, Pianezza, Loazzolo, Villamiroglio, ecc.)

Novembre 2018: viene pubblicato il libro “An sl’èira dla Brisà” disponibile anche presso la Biblioteca di Poirino.          

 

Giugno 2020: 2° premio “JUCUNDE DOCET” – TO – al concorso Filastrocche e poesie in Piemontese :

La befana ‘d na vòta 

 

LA BEFAN-A ‘D NA VÒTA 

“La befan-a a riva ‘d neuit

pòrta scarpe con gnun deuit,

con na muda a la roman-a

viva viva la befan-a”.

Mare parèj al cit a cantava

antant che la veja a s’aspetava

ant la neuit ëd gel e ‘d fiòca s-ciassa

con l’anvìa almen ëd la fogassa ¹.

Sël fornel tacà ‘n ciò a l’é ‘l causset;

la veja con sël nas un gran poret

a podrà ‘mpinilo con dij cadò,

parèj ël cit a seugna ‘nt ël lét sò.

As dësvija ‘l cit la matin bonora

d’andé al fornel a vëd nen l’ora;

an drin al causset ij sòlit argaj:

chèich nos, mandarin e doi portugaj!

Ma cost ann-sì a-i é na novità

dontrè tòch ëd carbon a l’ha trovà;

a l’é stàit a scòla ‘n pòch barivèl…

…Ma a l’é col doss parèj ëd l’amél!

¹ A l’é na tradission turinèisa cola ‘d la fogassa dla befan-a con andrinta la fava pòrta-boneur për chi ch’a la treuva. 

LA BEFANA DI UN TEMPO

“La befana vien di notte / con la scarpe tutte rotte / col vestito alla romana / viva viva la befana!” //

La mamma così al bambino cantava / mentre la vecchia si aspettava / nella notte di gelo e neve fitta / con il desiderio almeno della focaccia ¹ // Attaccata al chiodo sul camino è la calza; / la vecchia con sul naso una grande verruca / potrà riempirla con dei regali, / così il bambino sogna nel suo letto. // Si sveglia il bambino al mattino presto / di andare al camino non vede l’ora; / dentro alla calza i soliti regali: / qualche noce. mandarini e due arance! // Ma quest’anno c’è la novità / alcuni pezzi di carbone ha trovato; / a scuola è stato un pò birichino… // …Ma è quello dolce, come il miele

¹ É tradizione torinese la focaccia della befana con all’interno la fava porta fortuna per chi la trova.

Gennaio 2020 : 2°premio a Calco (Lecco) con la poesia in piemontese “DESMOREDL’EIRA”.

“L’autore ci riporta indietro nel tempo, a quando bastava veramente poco e molta fantasia per giocare da soli o in compagnia. Oggetti da buttare prendevano nuova vita e diventavano un punto di forza nelle costruzioni dei bambini ed anche un semplice solco lasciato dalle ruote dei carri risultava essere una bellissima pista per far correre le biglie. Dimostrazione che, quando si è piccoli, basta un nulla per essere felici”

DËSMORE DL’ÈIRA 

Col’ èira sternià ‘d giairon ëd fium ariond

për col masnajòt mairolin e dëscàuss

a l’era franch magistra dij but përfond

che ‘n soa ment dësvìja a j’ero s-ciass.

 

A tirava sù con le pere pian-e,

arcordand le figure dël “Corierin”,

dij cit casòt, murèt e gesiotin-e

ch’a stasìo su franch mach un cicinin.

 

Ma chiel, crapa dura, a chitava nen

contut che dcò pare a l’antrapava,

co’ j cavaj che as n’anfotìo franch nen

se ‘n passand quàich ciabotin as dësblava.

 

Cand le roe dël carton a fasìo

an sl’èira dle carzà assé ancreuse

chiel e sò somà Flip a-j benedìo

përché andi sustà ‘d dësmore neuve.

 

Bije ch’as fasìo core ‘nt le carzà,

ògnidun drin la soa sensa antrap,

con na slëcca dël dil ch’a mostra slansà;

mach gal e galin-e a rompe ij ciap.

 

Carzà ch’a j’ero ‘me na ferovia

anté fé core coj franch sempi trenin:

scatolëtte ‘d sardin-e campà via

bin stacà tra ‘d lor con ël fil d’aramin.

 

Na tolëtta veuida ‘d carn ëscatolà,

drin un-a ‘d sardin-e piassà për ëstòrt,

a l’era na caudera ‘n pòch mal butà

ëd na sìmil s-cionfëtta, franch un catòrcc.

 

Le roe, ëd bòsch, a j’ero dij tondin

artajà dal man-i ‘d cola ramassa

che mare a sercava co’ l lanternin,

da quàich di dësparìa sensa trassa.

 

Ij doi cit as n’anfotìo dla blëssa

dle dësmore, a lor mach a bastava

podèj amusesse con alegrëssa

co ‘j gieugh che ‘n cit daspërchiel a pariava.

GIOCHI DELL’AIA//Quell’aia lastricata di ghiaia di fiume rotonda / per quel bambino magrolino e scalzo / era davvero maestra degli intenti profondi /  che nella sua mente sveglia erano fitti. //  Costruiva con pietre piatte, / ricordando le immagini del “Corriere dei Piccoli”, / delle piccole case, muretti e chiesettine / che restavono in piedi proprio solo un attimo. // Ma lui, testa dura, non smetteva / sebbene che anche il padre lo ostacolava,/ con i cavalli che non se ne fregavano proprio // se passando qualche casetta andava a pezzi. // Quando le ruote del carro facevano / sull’aia delle carreggiate molto profonde / lui e l’amico Filippo le benedivano / perchè avvio desiderato di nuovi giochi. // Biglie che si facevano correre nelle carreggiate, / ognuno nella sua, senza ostacoli, / con uno scatto del dito indice lanciate; / solo gallo e galline a rompere le scatole. // Carreggiate che erano come una ferrovia / dove far correre quei veramente rozzi trenini: / scatolette delle sardine buttate via / ben agganciate tra loro con il filo di ferro. // Una lattina vuota di carne in scatola / dentro a una di sardine messa per traverso / era la caldaia un pò malconcia / di una simil vaporiera, proprio un catorcio. // Le ruote, di legno, erano dei tondini / ritagliati dal manico di quella scopa / che mamma cercava minuziosamente / da alcuni giorni sparita, senza traccia. // A lui e a Filippo non importava nulla della bellezza / dei giochi, a loro bastava / soltanto divertirsi 

Dicembre 2019:  2° premio per l’operaËL DERBI DLA MÒLE A POIRIN” Sezione Racconti in Lingua piemontese; e 5° classificato per l’opera  “GIORNÀ FRANCH AMÈRE” Sezione Poesie in Lingua piemontese al  Premio Letterario Nazionale POESIA GRANATA

ËL DERBI DLA MÒLE A POIRIN    

    A l’é franch vera che, ëd sòlit, cand un a l’é a l’arserca ‘d quaicòs a lo treuva nen sùbit ma, an arfàita, as dëscoverto dij fàit vreman dròlo e për tanti sconossù. A l’é lòn che l’ann pen-a passà a l’é capità a l’Associassion për ël Musé Stòrich ëd la Comunità ‘d Poirin, dont mi i son un dij sòcio, che an fasend n’arserca sij cambiament urbanìstich dël pais e dzortut mersì a un vajant e apassionà studios poirinèis, a l’é rivà a l’ardëscoverta ‘d n’aveniment squasi bele che dësmentià. Vardé sì lòn ch’a l’é stàit dësquatà.

   “Tut sùbit a venta savèj che ‘l 22 ëd Magg del 1910 a Poirin a l’era fase l’inaugurassion ëd n’euvra motobin anciarmanta për na sitadin-a che antlora a l’avìa apopré sesmilaesinchsent abitant: un Camp Pòlisportiv. Sta euvra a l’era atrassà con ël camp për ël foot-ball a l’inglèisa, visadì ël modern gieugh dël balon, con tut d’antorn na pista, arvestìa ‘d bòsch an manera che a fussa pì seulia e scorèivola, doe pcite tribun-e për j’autorità e jë spetator, ij cambrin për dëspojesse e cambiesse. Sto camp a l’era stàit  edificà për dé ai giovo la manera ‘d dësvariesse con ël gieugh dël balon e le corse dle biciclëtte dont i poirinèis a j’ero motobin ëscaudà; ëd pì as podìo dcò fé le corse a pé e dij sagi ‘d ginàstica. Për l’inaugurassion apress ëd le sirimònie ritual, visadì ij dëscors ëd le autorità, la benedission dël prevòst, ël taj dël bindel e via fòrt, a-i era da gieughe na partìa ‘d balon dont ël premi për la squadra ch’a l’avrìa vagnà a l’era la “Copa sità ‘d Poirin”. Për jë spetator la presentassion sël camp ëd le doe squadre a l’era staìta na sorpreìsa motobin agradìa përchè dij giugador óndes a l’avìo la maja granata e nopà j’àutri óndes a l’avìo a còl la maja bianca e nèira; al pòst ëd le doe squadrëtte local ëd la bajòna ch’a ven-o angagià an coste ocasion, a-i ero adritura le prime squadre dël Tòr e dla Juventus, un derbi bele che cheuit e servì! Ël përchè e ‘l përcoma che ‘l Tòr e la Juve a l’avèisso acetà ‘d gieughe a Poirin squasi a gratis, pijandse dcò ël badò d’un viagi con ël tranvaj a vapor apopré ‘d quatr ore për andé e torné, ancheuj pì gnun a lo sà. Da già che a Poirin a-i é gnun-a scritura dzora a cost aveniment quaidun, travers a j’arcòrd ëd le conte dij cé, a l’ha arzigà costa congetura. An savend che la partìa a l’era an sostitussion ëd doe amichevol che a l’avrìo dovù giughesse a Turin, un-a sël camp dël Tòr butà sla veja Piassa d’Arme e l’àutra sël camp ëd la Juventus an cors Sebastòpoli e che për ëd gate sl’usagi dij doi pòst a l’era nen fasne gnente, a smija che mersì a la conossensa ‘d Tojo Morelli dij Cont ‘d Pòpol, un dij fondator dël Tòr, con ël Cont Thaon di Revel domissilià a Poirin ant ël Castel ëd Tërnavass a l’era  decidùsse ‘d gieughe a Poirin na partìa drint o fòra franch an ocasion ëd l’inaugurassion del Camp Polisportiv dont i l’hai contavla prima. Ël nòst vajant ëstudios ësgantand ën sà e ‘n là a l’é riessù dcò a buté le man dzora a ‘n document pì ùnich che ràir da chiel ciamà “Quaderno Morelli”. An cost ëscartari andova Tojo Morelli a l’avìa elencà tute le partìe dël Tòr a-i é dcò cola ‘d Poirin ëdcò con la formassion ëd col di là e ‘l risultà. Combin che ‘l Tòr a fussa nà franch mach da doi ani e nompà la Juve a giughèissa già da na desen-a d’agn ant ij torné ‘d balon ij pì avosà, la vitòria a l’era stàita dij granata për doi a gnun con doi balon butà ‘n drinta dal giugadur d’atach Fresia. A l’era la vitòria cha fasìa ses contra le doe dla Juve an des derbi giugà fin-a a col moment. Costa-sì a l’era la formassion dël Tòr: Arberg / Morelli, Bachmann / Boggio, Rodgers, Demarchi / Spinoglio, Follis, Fresia, Margaritora, Tirozzio. Ëd costa partìa as son ëdcò trovà le mudaje comemorative con rimprontà sël front la mistà d’un giugador con ël balon e a sl’arvers la scrita “Poirino 22 Maggio 1910 Torino –  Juventus  2 a 0 ” butà an drint a na curnis fàita da na frasca ‘d làur e da un-a ‘d rol, simboj che a comparisso sl’arma ‘d Poirin.

   Belavans a l’é ‘n darmagi che mach na dosen-a d’ani dòp col camp a fussa già stàit campà giù come ch’a testimònia na cartolin-a anlustrà del 1922; as peul vëdde che a sò pòst a-i é ‘n teren sëmnà a melia. Un dij motiv ëd l’abandon a l’era stàit la crisi, sia ecònomica che dij giovo, portà da la guèra dël quindès-disdeut, andoa la mej giuventura ‘d Poirin a l’era andàita sël front a batajé, dont dzor a 1200 giovinòt andàit an guéra bin 132 a l’avìo lassà la ghirba sij front ij pì dësvarià.

IL DERBY DELLA MOLE A POIRINO

É proprio vero che quando uno è alla ricerca di qualcosa solitamente non lo trova subito ma in compenso si scoprono fatti veramente strani e quasi sconosciuti. É proprio quanto capitato lo scorso anno all’Associazione per il Museo Storico della Comunità di Poirino della quale io sono uno dei soci, che facendo una ricerca sui cambiamenti urbanistici del paese, soprattutto grazie a un capace e appassionato studioso poirinese, é arrivata alla riscoperta di un avvenimento ormai proprio quasi dimenticato. Ecco cosa é stato scoperto.

   “Dapprima bisogna sapere che il 22 di Maggio del 1910 a Poirino si era fatta l’inaugurazione di un’opera molto importante per una cittadina che al tempo aveva circa seimilacinquecento abitanti: un Campo Polisportivo. Questo impianto era attrezzato con campo per il foot-ball all’inglese cioè il calcio moderno con tutto intorno una  pista rivestita in legno per essere più liscia e scorrevole, due piccole tribune per le autorità e gli spettatori, e spogliatoi. Questo campo era stato costruito per dare modo ai giovani di divertirsi con il gioco del calcio e le corse in bicicletta per le quali i poirinesi erano molto appassionati. In più si potevano fare anche corse podistiche e saggi ginnici. Per l’inaugurazione, dopo le cerimonie rituali, cioè i discorsi delle autorità, la benedizione del prevosto, il taglio del nastro, ecc., c’era da giocare una partita di calcio per la quale il premio al vincitore era la “Coppa città di Poirino”. Per gli spettatori la presentazione sul campo delle due squadre era stata una graditissima sorpresa  perché dei giocatori in campo undici avevano la maglia granata e undici invece avevano addosso la maglia bianconera; invece delle due squadrette locali da quattro soldi che venivano ingaggiate per l’occasione c’erano addirittura le prime squadre del Torino e della Juventus, un derby belle che cotto e servito. Il perché e il percome il Toro e la Juve avessero accettato di giocare a Poirino, quasi gratuitamente prendendosi anche il peso di un viaggio di circa quattro ore per andare e tornare con il tram a vapore oggi nessuno lo sa più. Poiché a Poirino non esistono scritti su questo avvenimento, qualcuno, attraverso i ricordi dei progenitori, azzarda una ipotesi. Sapendo che questa partita era in sostituzione di due amichevoli che avrebbero dovuto giocarsi a Torino, una sul campo del Toro nella vecchia Piazza d’Armi e l’altra in corso Sebastopoli sul campo della Juve e che per delle beghe sull’utilizzo dei due campi non se ne fece nulla, sembra che grazie alla conoscenza di Vittorio Morelli dei conti di Popolo, uno dei fondatori del Toro, con il Conte Thaon di Revel domiciliato a Poirino nel castello di Ternavasso, si fosse deciso di giocare una partita secca a Poirino proprio per l’inaugurazione del campo Polisportivo di cui ho parlato prima. Il nostro valente studioso, rovistando qua e là é riuscito a mettere le mani su un documento unico da lui chiamato “Quaderno Morelli”. In questo quaderno dove Vittorio Morelli aveva elencato tutte le partite del Toro c’é anche quella di Poirino con la formazione di quel giorno ed il risultato. Nonostante che il Toro fosse nato proprio solo da due anni e che invece la Juve giocasse già da una decina d’anni nei tornei di calcio più importanti, la vittoria era stata dei granata per due a zero con due reti segnate dall’attaccante Fresia. Era la sesta vittoria contro le due della Juve su dieci derby disputati sino a quel momento. Questa era la formazione  del Toro: Arberg / Morelli, Bachmann / Boggio, Rodgers, Demarchi / Spinoglio, Follis, Fresia, Margaritora, Tirozzio. Di questo incontro si sono trovate anche le medaglie commemorative coniate sul fronte con l’immagine di un calciatore e sul rovescio con la scritta “Poirino 22 Maggio1910 Torino-Juventus 2 a 0”, posta all’interno di una cornice costituita da una frasca di alloro e da una di quercia, simboli che compaiono sullo stemma di Poirino.

   Purtroppo è un peccato che solo una dozzina di anni dopo quel campo fosse già stato abbattuto come testimoniato da una cartolina illustrata del 1922; si può vedere che al suo posto c’è un’area seminata a granoturco. Una delle ragioni dell’abbandono fu la crisi, sia economica che dei giovani, portata dalla guerra in quanto la migliore gioventù di Poirino era stata sul fronte a combattere dove su circa 1200 giovani andati in guerra ben 132 ci avevano lasciato la pelle su diversi fronti.

GIORNÀ FRANCH AMÈRE

  Col giòbia apopré ‘d mes ëstèmber

doe squadre a l’olìmpich a giugavo;

pròpi nen tant bin butà, bòja làder,

 trè pont l’un-a e l’àutra a sercavo.

 

Tut ël prim temp la squadra forëstera

da bin a ten ës-ciass ël balin an man;

già zèro a un, na sòrt franch amèra.

e la fiusa ‘d vince sempe ‘d pì lontan.

 

Ant ël second temp tuta n’àutra stòria;

mersì d’alenator le dontrè foëttà

a gieughe a son tornà a memòria

e dël Gal un bel pont a ven tòst marcà.

 

Ij granata a son un fium an pien-a

tut a gira coma ‘n bin olià angign

e sël camp ël Gal a l’é franch an ven-a

e n’àuta bala a campa ‘nt l’angolin.

 

Për mi pa tant agradì col risultà

a l’é për ël Diav mia fé sportiva,

tutun an mè cheur ëdcò a-i é, stërmà,

për ël Tòr na passion pcita ma viva.

 

Contut che mè cheur a l’é pr ‘ël Diav sagnant

mi un pòch argiojìss pr’ ist Tòr franch vajant.

Ma antant ch’i scrivo ‘l Diav da la Viòla

tre papin as ciapa, an sta neuit fòla!

 

E për finì dcò dël Tòr ël tradiment,

dai Ducaj tre sgiaflon amèr franch sij dent!

 

GIORNI VERAMENTE AMARI

 Quel giovedì, circa di metà settembre,

due squadre giocavano all’olimpico

per niente ben messe, mondo ladro,

tre punti ambedue cercavano.

 

Tutto il primo tempo la squadra ospite

ben stretto aveva il pallino in mano;

già zero a uno una sorte veramente amara

e la fiducia nella vittoria sempre più lontana.

 

Il secondo tempo tutta un’altra storia;

grazie ad alcune strigliate dell’allenatore

erano tornati a giocare a memoria

e del Gallo un bel punto viene presto segnato.

 

I granata sono come un fiume in piena

tutto gira come un ben lubrificato macchinario

 e sul campo il Gallo è veramente in vena,

un’altra palla viene messa nell’angolo.

 

Poco gradito per me quel risultato

è per il Diavolo la mia fede sportiva,

tuttavia nel mio cuore c’è anche, nascosta,

per il Toro una passione piccola ma viva.

 

Sebbene il mio cuore sia per il Diavolo sanguinante

io un poco mi rallegro per questo Toro rampante.

Ma mentre scrivo il Diavolo dalla Viola

tre schiaffoni si prende, in questa notte folle!

 

E per finire anche del Toro il tradimento,

 

Altri riconoscimenti più significativi:

POESIA:

Doi Sòcio:     2° posto Unitre Torino 2015 e “Renato Canini 2016”

Vëndumia :     1° posto “Piemont ch’a scriv 2016”


Ël mërcandin virolant      
1° posto Moncalieri  2016   

Mistà ‘ëd n’invern bisar     2° posto Pianezza 2016

Orissi       2° posto Cuneo 2016, 3° Alfieri 2016

Violëtte        1° posto Myosothis Rorà 2018

Pitoross       1° posto Unitre Moncalieri 2018

Vaché      1° posto Rorà Chisone Estivo 2018, 2° “Piemont ch’a scriv 2018”

Mëssoné       1° posto V. Alfieri Asti 2018

PROSA:

Cògnach:     1° posto V. Alfieri Asti 2016, 3°  Canelli 2016

1° posto Bertalmia Carmagnola 2017,  3°  concorso “A auta vos” Piovà Massaia 2017

Ël vin anmascà      2° posto Vinovo 2016, 3° Moncrivello 2015, 4° Monginevro Cultura

Tanta sal:     2° posto Bertalmia 2015, 2° piemont ch’a scriv 2015, 2° città di Canelli 2015, 3° con targa concorso V. Alfieri ASTI 2015

Le braje s-ciancà    3° posto Piemont ch’a scriv 2018 , 2°  concorso V. Alfieri 2018   Asti 

Alcune delle opere premiate con traduzione in italiano:

DOI SÒCIO

L’un giovo, svicio, nervos, un pòch metiss,

l’àutr pì madur, pasi, gorègn e massiss,

ël giovo da ponta, da bare l’ansian

ansem a fasìo la cobia ideal,

su e giù pr’ ij brich l’avìo gnun egual

Ël giovo, mè pa lo ciamava Draghin,

tan lest a troté stacà al birocin,

e l’àutr, Pipo nomà, nèir come ‘l carbon

pròpi ‘n diav tra le bare dij carton.

Sti doi a l’avìo dij vissi bastard,

cand sò provianda a l’era ‘n ritard

mai viresse, sël daré ‘n bel mordion

ognidun as ciapava, ‘dcò sò padron.

Con lenga e làver an travajand con lestëssa

ansì ‘s dësgropavo l’un për l’àutr la cavëssa,

parèj ansema a fasìo sovens mecia,

a pijavo l’àndi a sàutavo ‘l rastel

pr’ ij pra al galòp as campavo con tant bordel.

Tutun Guerin a l’avìa car sti doi cavaj,

brus-cia e strija, dòp ëd na giornà ‘d travaj,

molzin-a e polida la paja ant ël giass,

erba médica e biava pitòst tant che pòch,

dël foèt lor a sentìo nen ëd pì che lë s-ciòp.

DUE COMPARI

Uno giovane, sveglio, nervoso, un meticcio,/ l’altro più maturo, calmo, forte e massiccio, / il giovane di punta, da stanghe l’anziano / insieme facevano la coppia ideale, / su e giù per le colline non avevano eguale. / / Il giovane, mio padre lo chiamava Draghin, / pronto a trottare attaccato al barroccino / e l’altro, chiamato Pipo, nero come il carbone, /proprio un diavolo tra le stanghe dei carri. // Questi due avevano dei vizi bastardi / quando il loro cibo arrivava in ritardo / guai a voltare le spalle, sul sedere un bel morsicone / ognuno se lo prendeva, anche il suo padrone. // Con labbra e lingua lavorando con destrezza / l’uno per l’altro si scioglievano così la cavezza, / in questo modo facevano insieme combutta, / prendevano la rincorsa, saltavano il cancello / si buttavano al galoppo per i prati con gran fracasso. // Nonostante ciò Guerino amava questi due cavalli / brusca e striglia dopo ogni giorno di lavoro / soffice e pulita la paglia della lettiera / erba medica e biada di più che meno, / loro della frusta sentivano soltanto lo schiocco.

VËNDUMIA

Calo ant ij valon nebie molzin-e

tut anvërtojo coma ‘d bambasin-a,

lassù an àut dzora brich e colin-e

sponta ‘l sol darera dla cassin-a.

J’arciam as sento aùss dij paisan,

smortì trames a sti ridò bautiant;

a cisso ij beu che pasi anans a van,

con la slòira tacà, ij camp an laurand.

Ij vëndumior arlong a le taragne,

vëndumiòire che tra ‘d lor a ciancio

con bel deuit ampinisso le cavagne

d’uve che ‘d most ël sentor a spantio.

As pronto ant la cort ëd la cassin-a

brinde, sëbber, le botale an cròta;

most ross-sangh a cala giù ant la tin-a.

Ancheuj l’uvagi a pista na matòta

che, cotin arvertià dzora le cheusse,

le gambe patanùe color dël vin,

sbërgnaca con ampegn le rape dosse

ai giovinòt dantorn fasend l’ocin.

Festa granda a fan al most cit e masnà

n’atast a-j pronta mare ‘d mostarda

da boconé antratant ch’as fà la vijà

anciarmà scotand le conte ‘d barba.

Ij most l’arbeuj a pijo ant le botale

për dventé vin an bota da stopé

soagnà dal cantiné e sensa fale

la tàula dla famija ansì arlegré.

VENDEMMIA

Scendono nelle valli leggere nebbioline,tutto avviluppano come bambagina, / più in alto sulle alture e le colline / sorge il sole dietro alla cascina. // Si sente acuto del contadino il richiamo, / da queste mobili cortine attenuato, che pungola i buoi che avanzano piano / lavorando i campi con l’aratro agganciato. // Lungo i filari i vendemmiatori, / le vendemmiatrici che tra lor cianciano, / i cesti con garbo d’uve riempiono / che spandono del mosto i sentori. // Si preparano nel cortile della cascina / brente, mastelli, le botti in cantina, / il mosto rosso sangue scende nella tina. / Oggi l’uva schiaccia una giovin ragazzina // che, gonna sulle cosce arrotolata  / le nude gambe già color del vino / schiaccia i dolci grappoli nel tino / civettando coi ragazzi lì in parata. // Bimbi e ragazzi gran festa fanno al mosto, / mamma prepara un assaggio di mostarda / durante la veglia da mangiar con gusto, / incantati ascoltando le storie di zio/barba. // Prendono bollore i mosti nelle botti / per farsi vini da mettere in bottiglia, / curati dal cantiniere e senza difetti / e rallegrare così la tavola della famiglia.

VACHE’

 Sij pra ‘d Castion aranda ‘l Ban-a

sota në spiovziné fastidios e s-ciass

da sta matin, a meuj pèj d’un-a ran-a,

a-i é ‘n pòr cit, màire, vestì dë strass.

A-j fan companìa dontrè vachëtte

ëdcò lor sëcche parèj d’un stocafiss,

e ‘n taboj, dël cit sèmper ant le “fëtte”,

nopà a cole bestie ‘d dé l’ardriss.

Antant ël cit sota a’n moron, an pé,

mal arparà da ‘n bonèt ëstorcionà,

dal bërsach a tira fòra da mangé:

mach dontrè nos e ‘n crocion arsëttà.

Antant ch’a traonda ‘l mìser disné

an boconiand meusi ‘l cit tòch ëd pan

a rumia drint a soa ment tanti pensé:

la fam, la frèid, la famija tant lontan.

Chiel a pensa a cand sël mërcà pare

pr ‘ël campagnin ch’a l’avìa fitalo,

d’un bòt dësreisandlo dal sen ëd mare,

a fé ‘l vaché a l’avìa portalo;

a la pajassa butà ‘nt na stala,

al mangé sì scars e gram ëd minca di,

al padron con an boca la sigala

che ‘d travaj a-j na gionta semp ëd pì.

 Contut cand a ca ti i’ t’artorneras,

finìa la grama da vaché stagion,

ch’a l’avìo fitate pa it lo diras

ma ch’it j’ere “giustate”, da col padron.

PICCOLO MANDRIANO

Sui prati di Castiglione vicino al Banna / sotto un piovigginare fastidioso e fitto / da questa mattina ammollato peggio di  una rana / c’è un povero bambino, magro, vestito di stracci. // Gli fanno compagnia alcune piccole mucche / anche loro secche come uno stoccafisso, /  un bastardino sempre tra i piedi del bambino / anziché a quelle bestie dare ordine. // Intanto il bambino sotto al salice, in piedi / mal riparato da quel cappello stropicciato / dal suo tascapane tira fuori da mangiare: / alcune noci e un tozzo di pane raffermo. //  Mentre ingoia lo scarso desinare / sbocconcellando lentamente il piccolo pezzo di pane / rimugina nella sua mente tanti pensieri / la fame, il freddo, la famiglia tanto lontano. // Lui pensa al momento quando al mercato il padre /  per il contadino che l’aveva affittato. / di colpo sradicandolo dalle braccia della madre, / a fare il “vaché” l’aveva portato; // al pagliericcio messo nella stalla / al cibo così scarso e cattivo di ogni giorno: / al padrone con in bocca il sigaro / che di lavoro glie ne aggiunge sempre più. // Tuttavia quando ritornerai a casa / finita la brutta stagione da “vachè” /  tu non dirai che ti avevano affittato / ma che ti eri “sistemato”, da quel padrone.  

 VIOLËTTE

 A metà dla stra për andé a scòla

a-i era ‘d gasìe un bel boschèt

anté con j’amis a fé ‘l badòla

mi i ‘ndasìa, dont i l’hai gnun ringret.

Con le flece as fasìo bataje,

Grech contraTrojan, che soens a finìo

con tanti splon e s-ciancon ant le braje,

co ‘j mè che patele a më smonìo.

Tutun andé an mes a cole piante

a l’era për mi na gòj, na poesìa,

ché ‘d sorprèise a-i na j’ero tante

‘me ‘d viòle dacant a la gasìa

quasi stermà sota ai rovèj, dij bucc

con soe viòla e ‘d vòlte bianche fior

che ‘d përfum a na spantiavo ‘n mucc,

ch’a fasìo babòja co ‘j sò color.

Mi ‘ndasìa a chujìne ‘d bochètin

da dé a mare për avèj ël përdon

ëd cole ruse con j’amis birichin

che soens a finìo a bòte e splon.

Ma ‘l moment per mi ‘l pì anciarmant

a l’era col cand, artornand a scòla,

le violëtte i podìa, fërmiolant,

eufre con na bela facia ‘d tòla

a cola piasosa e antrigant Ninin,

sij banch dë scòla a mi davzin setà,

che an agradiand j’odoros bochètin

am dasìa djë scèt basin, da stërmà.

VIOLETTE

A metà del percorso per andare a scuola / c’era di robinie un bel boschetto / dove con gli amici a bighellonare / io andavo, cosa di cui non mi pento. // Con le fionde si facevano battaglie, / Achei contro Troiani, che finivano /

con tante abrasioni e strappi nei pantaloni / con i genitori che di picchiarmi minacciavano. // Comunque andare tra quelle piante / per me era un piacere, una poesia, / poiché di sorprese ce n’erano tante / come le violette vicino alla robinia. // Sotto ai rovi, quasi nascosti, dei ciuffi, / con i loro viola e a volte bianchi fiori, / che profumo ne spandevano un mucchio, / facevano capolino con i loro colori. // Io andavo a raccoglierne dei mazzolini / da dare a mamma per avere il perdono / di quelle baruffe con gli amici birichini / che spesso terminavano a botte e abrasioni. // Ma il momento per me con più emozione / era quello quando, tornando a scuola / le violette potevo, con agitazione, / offrire, con bella sfacciataggine // a quella graziosa e intrigante Annuccia, / sui banchi di scuola vicino a me seduta, / che apprezzando gli odorosi mazzolini / mi dava dei sinceri baci, di nascosto.

ËL VIN ANMASCA’

(o ‘l miràcol ëd le nòsse ‘d Cana a l’ incontrari)

Tuti j’ani, d’amson, cand a l’era ora ‘d tajé e bate ‘l gran, as costomava che minca famija andèissa a giuté j’avzin; as fasìa tut l’un për l’àutr, a la bon-a, l’ùnica briga a l’era cola ‘d dé da mangé e bèive a tuti.

Col ann-lì a fasìa motobin càud, a-i era ‘n tuf da gavé ‘l fià, për lòn ij travaj a s’ancaminavo motobin prest, a la primalba. Col di-lì mi con pà, mama e seur a dovìo andé a le “Mangagnòle” ant la cassin-a ‘d monsù Tavio për dé na man a bate ‘l gran. Cand i soma rivà la màchina da bate e l’ambaladòira  a j’ero già piassà, ‘l trator, n’ “Orsi” a testa càuda, a l’era già bele anvisch e tranfiand a campava fòra ‘d nivolass ëd fum nèir; antratant ij machinista a l’avìo già butà ij sengion dzora al volan dël trator e a le pulije dla màchina da bate e dl’ambaladòira che, cioiciand e sopatand, ancaminavo pian pian a giré. 

Mi i j’era andàit con ël Remo a la crava për preparé ij filfer da lijè ij  balòt ëd paja, papà a l’era dzora a la travà ancaminand-se con ël trent a campé giù le cheuv a le fomne che, ansima a la màchina da bate, a dovìo tajé le liasse dle mideme e peui campej-je a l’ambocador ch’a dovìa anfileje ‘ndrinta a la màchina, nopà mama a l’era con le fomne a dëspalé la paja e la vòrva con ij forcon ëd bòsch, un travaj motobin maunèt an mes a póver, vorva e con ël fracass ëd l’ambaladòira. A fasìa sempèr pì caud e i j’ero già tuti mars ëd sudor cand, a eut ore le, màchine a s’ero fërmasse për la colassion. Na colassion motobin bondosa: ancioe al verd, povron con la bagna càuda, lard, salam cheuit e cru, borgonzòla, ël  tut compagnà da motobin ëd goblòt ëd bon-a barbera. Finì la colassion tuti i l’avìo arcomensà ‘l travaj për torna fërmesse vers ël mësdì për ël disnè.

 A col ponto, dòp na matinà antrega ‘d travaj tacà a la machina da bate ancaminand sota al ro dël sol e tuti mars ëd sudor, pien ‘d póver e ‘d busche ‘d paja da fé sgiaj, con na sèj dël bòja pr’ ël gargaròt tant sèch ch’a smijava d’avèj an gola ëd carta vèder, a mësdì, ma nen prima d’un lavagi a la bela mej ant un sëbber piassà an broa a la cort, i soma andàit a fé onor al disnè ufrì come da costuma dal padron ëd ca. Ël disné a l’era preparà ant na bela sala a mangé con la sternìa ëd mon ross andova a-i era ‘n piasos frëschèt ch’arbiciolìa e a fasìa ven-e na fam ëd la malora (coma se l’aptit a mancheissa dòp na matinà ‘d travaj al ro dël sol). Sota la tàula, prontà për truch e branca na vinten-a ëd përson-e e già corma ‘d cabarèt pien ëd minca sòrt d’ordeuvre ancaminand da salam ëd minca qualità, ancioe al verd e al ross, cossòt ën carpion, tomin ross e verd e via fòrt, minca dontrè pòst a-i era dcò ‘n sigilin pien d’eva frësca dël poss con andrinta ‘n botijon ëd barbera da doi lìter. Con la sgheusia e la sèj ch’i l’avìo, i soma campasse a la tàula ancaminand a mangé e bèive da sfacià.

Ël prim sentor ëd cheicòs ch’andasìa nen da bin a l’era stàit cand Tolio, ël padron ëd la màchina da bate, a l’avìa ancaminà a bërboté antramentre ch’as voidava ‘n bicèr ëd barbera dal dobiliter già mes veuid e che a l’era già col ch’a fasìa doi ancora prima d’ancaminè ij prim piàt; peui ‘dcò Pidrin a l’avìa tacà a lamentasse dël vin che, për chiel, a l’era pì nen ëd la midema qualità përchè a jë smiava motobin pì leger. Un bel moment a l’era sentùsse ël cristoné ‘d Manëtta, ‘l capòcia dij màchinista, che, an pé dzora na cadrega, ancolpava ël pòver Tavio d’avej ambrojà tuti, profitand dij ghëmmo già ‘n pò tròp aussà, an portand ëd picheta pitòst che ‘d bon-a barbera. Ëd bòt an blan a l’era s-ciopaje ‘n finimond, a volavo ëd male paròle, j’òmo as possonavo, le fomne a criassavo, a l’era pròpi ‘n bel quaranteut.

Për boneur a l’era peui vnume an  mènt  ëd controlé ël sigilin sota la tàula ‘d coj-lì ch’a l’avìo ancaminà la cagnara e i l’avìa armarcà che l’eva a l’era nen tan sclinta ma pitòst tërbola e colorà ‘d reusa e che, miràcol, ël botijon ch’a dovìa esse squasi veuid, nopà a l’era ancora squasi pien ma d’un liquid motobin pì ciàir dël vin.  Beicand da bin, pì o meno a metà dël botijon andoa ël véder a l’era motobin pì sotil për ël motiv che an belelì a l’era restaje ampërzonà na pcita bola d’aria, as podìa vëdde na pcita filura d’andoa ‘l vin a stissava ma motobin meusi. An butand torna ël botijon ant ël sigilin pian pianin l’eva a intrava e ampinìa torna ‘l contenitor; a l’era capità che ‘l vèder, motobin pì sutil a la mira dla bola d’aria, a l’era chërpolasse, fòrse përché a l’avìa sbatù contra ël bòrd dël sigilin.

 Antlora mi tut sùbit i j’era sautà s’na cadrega e i l’avià brajà la dëscoverta a la maraja che, dòp avèj controlà da bin ël botijon, pian pian a l’era pasiasse an ciamand ëscusa al padron ëd cà. Pen-a artornà la calma e fàita la pas Tavio a l’avià tirà fòra da la cròta dontrè bote stope e ‘l disné a l’èra peui finì an alegrìa e dcò con ëd còro pitòst  triviaj e ‘d monfrin-e ëd gent bastansa beivùa. Dòp lë quatr ore, cand ël càud a l’era meno sofocant e la cioca già ‘n pòch passà, ël travaj a l’éra torna arcominsasse për peui chité a l’ambrun, ora ëd fé sin-a. 

D’antlora, ant le vijà, la stòria dël vin amnascà a l’é stàita contà për vàire agn e tanti, come mi, ancora ancheuj av la peulo conté.

IL VINO STREGATO

(o il miracolo delle nozze di Cana al contrario) 

Tutti gli anni, al tempo  della mietitura e della  trebbiatura del  grano, era d’uso comune che ogni famiglia andasse ad aiutare i vicini; ci si aiutava un per l’altro, alla buona, l’unico dovere di chi aveva il grano da trebbiare era quello di dar da mangiare e bere a tutti.

Quell’anno faceva molto caldo, c’era un’afa che toglieva il respiro e per questo i lavori si incominciavano al mattino molto presto, al primo albeggiare. Quel giorno io, con sorella, mamma e papà dovevamo andare alla cascina “Mangagnòle”  del sig. Ottavio per aiutare a trebbiare il grano. Quando siamo arrivati la trebbiatrice e l’imballatrice erano già sistemate, il trattore, un “Orsi” a testa calda, era già acceso e ansimando eruttava nuvoloni di fumo nero; nel frattempo i macchinisti avevano sistemato i cinghioni di trasmissione sul volano del trattore e sulle pulegge della trebbiatrice e dell’ imballatrice che, cigolando e traballando, cominciavano pian piano a girare. Io ero andato con Remo al cavalletto per preparare i fili di ferro per legare le balle di paglia, papà era sul fienile e con il tridente cominciava già a buttare giù i covoni di grano alle donne che sulla trebbiatrice dovevano tagliare i legacci degli stessi e porgerli all’addetto che doveva infilarli nell’imboccatura della macchina, mamma era con altre donne a spalare paglia e pula con i forconi di legno, un lavoro infame in mezzo a polvere e pula. Faceva sempre più caldo, I lavoranti erano già tutti madidi di sudore quando, alle otto, le macchine si erano fermate per la colazione. Una colazione molto robusta: acciughe al verde, peperoni con la bagna cauda, salame crudo e cotto, gorgonzola; il tutto annaffiato con diversi bicchieri di buona barbera.

 Finita la colazione tutti avevano poi ricominciato il lavoro per poi smettere nuovamente verso mezzogiorno. A quel punto eravamo tutti sudati e pieni di polvere e paglie da far schifo, la gola così secca da sembrare di carta vetrata e soprattutto con una sete del diavolo. Dopo una lavata veloce in un grosso  mastello pieno d’acqua sistemato nel cortile siamo andati in una bella sala da pranzo con il pavimento di mattoni rossi dove c’era una piacevole frescura che rinfrancava e accentuava l’ appetito (come se questo potesse mancare dopo una mattinata di lavoro sotto la canicola). Sotto il tavolo, preparato per circa una ventina di persone, e già carico di vassoi con ogni genere di antipasti, salumi di ogni tipo, acciughe al verde e al rosso, tomini elettrici, zucchine in carpione e via di seguito, ogni due o tre posti c’era un secchiello pieno di acqua fresca del pozzo contenente un bottiglione di vino da due litri. Con la fame e la sete che avevamo tutti ci siamo buttati al tavolo mangiando e bevendo senza ritegno.

 La prima avvisaglia di qualcosa che non andava per il giusto verso c’èra stata quando “Tolio”, il padrone della trebbiatrice, aveva incominciato a brontolare mentre si riempiva il bicchiere dal secondo bottiglione già vuoto a metà ancora prima di cominciare con i primi piatti; poi anche Piero aveva iniziato a lamentarsi del vino che, secondo lui, non era più della stessa qualità perché gli pareva molto più leggero. Ad un certo momento si era poi sentito l’urlo di “Manetta”, il capo dei macchinisti, che, in piedi su una sedia, accusava il povero Ottavio di aver imbrogliato tutti, approfittando dei gomiti già un pò troppo alzati, per servire del vino annacquato anziché della buona barbera. In un attimo era scoppiato il finimondo, volavano insulti, gli uomini si spintonavano, le donne urlavano, era proprio un bel quarantotto.

 A quel punto mi era venuto in mente di controllare il secchiello posto sotto il tavolo di quelli che avevano dato stura al putiferio e avevo potuto notare che l’acqua non era bella limpida ma piuttosto colorata di rosa e che, miracolo, il bottiglione che doveva essere quasi vuoto era invece quasi pieno ma di un liquido più chiaro del vino. Guardando meglio, a tre quarti del bottiglione si poteva notare che, da un punto del bottiglione reso sottilissimo da  una bolla d’aria rimasta imprigionata durante la lavorazione del vetro, il vino gocciolava fuoriuscendo lentamente. Mettendo nuovamente il bottiglione nel secchiello pian piano l’acqua entrava e riempiva gradatamente il contenitore; era successo che il vetro, molto più sottile in corrispondenza della bolla d’aria, si fosse crepato forse perché aveva urtato contro il bordo del secchiello metallico. Allora anch’io ero salito su una sedia urlando la scoperta alla gente che, dopo aver controllato accuratamente il bottiglione, pian piano si era calmata chiedendo scusa al padrone di casa.

Tornata la calma e fatta la pace il signor Ottavio aveva poi portato dalla cantina diverse bottiglie di qualità ed il pranzo era poi terminato in allegria con balli e cori anche triviali di gente piuttosto alticcia. Dopo le quattro del pomeriggio, con il caldo meno soffocante e la sbornia un po’ passata, il lavoro era ricominciato per poi smettere all’imbrunire, all’ora di cena.

Da allora la storia del vino stregato è stata raccontata per lungo tempo nelle veglie e molti, come il sottoscritto, ancora oggi ve la possono raccontare.